Anniversari

Sarei stata concepita qualche giorno dopo il loro matrimonio, arrivata forse troppo presto a gravare di responsabilita’ quella giovane coppia. Chiudo gli occhi e mi rivedo seduta su un vecchio divano con quella grossa scatola di scarpe piena zeppa di vecchie fotografie, la stessa da anni, in quello stesso armadio in camera da letto che ero obbligata a spolverare quotidianamente nei caldi giorni d’estate. Quelle foto hanno piu’ di trent’anni . Rivedo mia madre con il suo bellissimo sorriso, il viso rotondo, gli occhi svegli e papa’ con i suoi bei capelli ricci, l’aria bonaria e la figura slanciata. Si erano scelti allora e continuano a scegliersi ogni giorno da allora. Sono passati 30 anni da quell’agosto torrido in cui, costretti tra veli e cravatte, si giuravano amore eterno. Con gli anni si portano addosso il peso delle sconfitte, i segni delle cadute, della fatica che conosce solo chi si rialza, ricchi della soddisfazione di aver creato un tutto dal nulla, da soli, contro un piccolo mondo becero, spesso in lotta col loro stesso sangue. Sono faro e firmamento per quelle due figlie che senza di loro perderebbero la rotta, naufraghe.

Mamma di te abbiamo copiato ogni passo , ogni mossa, ogni espressione, senza saperlo forse, senza volerlo a volte, ancora oggi hai la pazienza di prenderci per mano e mostrarci il mondo perche’ possiamo un giorno andare da sole, equilibriste precarie, sicure solo della nostra rete di sicurezza, sicure che ci sarai sempre.

Papa’ da te abbiamo appreso la forza e la debolezza dell’orgoglio, abbiamo imparato ad essere testarde, a dare importanza alla solitudine e al silenzio, tra le tue braccia abbiamo imparato a volare accompagnati dalle note di vecchie Polke.

I vostri trenta anni sono una grande epopea, un miracolo che mi da speranza e fiducia che un per sempre esiste e la certezza che voi i siete il mio.

Auguri..

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Amate/Odiate solitudini

Ci sono giorni in cui sento un estremo il bisogno di solitudine, come aria per chi annega. A volte, quando ho voglia di stare da sola, mi butto in mezzo alla folla proprio come ho fatto ieri. Ero gia’ sola ma volevo essero ancora di piu’. Ho cominciato a vagare per la citta’ cercando di non perdermi nulla. Mi piace osservare la gente, ho il vizio di immaginarne le esistenze e a volte vado talmente oltre da sentirmene sopraffatta, cerco di osservare tutto, di godermi ogni vetrina, ogni insegna, ogni passante. E’ tutto cosi’ pieno di vita ed eccitante. Ad ogni passo scatto diapositive: le dolci e sorridenti signore con un pettine a reggere l’acconciatura e sulla faccia sbiaditi segni di thanaka, le coppie di innamorati costretti a nascondere le loro intimita’ dietro enormi ombrelli, gli inviti dei venditori ambulanti, le commesse che mi seguono non appena entro in un negozio (abitudine che detesto), i banchi di frutta colorata al mercato, il forte profumo dei fiori, gente che sale e che scende, che fa sport, che prega, che si lava, monaci che fanno la questua,  uomini che sputando si riannodano il longyi…torno a casa sazia di solitudine.

Da soli…e’ cosi’ che si scopre il mondo? e’ veramente un libro che bisogna leggere in solitudine? Non ne sono piu’ tanto sicura. Mi scopro priva di quella fame ed accitazione che contraddistingueva i miei primi passi da sola in un Paese straniero. Volevo vedere tutto, visitare tutto, pensavo che avrei compreso di piu’ da sola, senza pagare il dazio di una compagnia superflua al mio fianco. Adesso quella foga e’ passata, e invece di riempire gli occhi, ancora affamati, mi piace deliziare ogni senso, assaporare tutto lentamente, avere tempo a sufficienza per rimanere in un posto abbastanza a lungo da coglierne qualche barlume, indizio, trama, col disincanto che piu’ in la non si puo’ andare e col maturato desiderio di avere due occhi complici al mio fianco.


Bagan

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Mandalay and surroundings

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Il regno dell’assurdo

Forse ci voleva un viaggio nel regno dell’assurdo per spingermi di nuovo a scrivere qualcosa sul mio quasi dimenticato blog. La patetica, ma ahime’ vera, scusa e’ che non ho molto tempo per scrivere…tra lavoro, lezioni di birmano e uscite varie non mi resta molto tempo.

Il mio lavoro in Myanmar con Triangle GH consiste, detta molto semplicemente, nel gestire un progetto, gentilmente finanziato dall’unione europea, in partneship con una ONG locale che lavora con bambini e adulti diversamente abili. Settimana scorsa, in occasione di un workshop organizzato dal Ministrero dei Servizi Sociali su come migliorare la politica e le leggi dell’attuale governo relative alla disabilita’ (che evito di commentare) , mi sono recata a Nay Pyi Taw (NPT – si pronuncia Ne-pi-do), la capitale reale del Myanmar.

NPT si trova a 320 km da Yangon (da 5 a 7 ore in bus – dipende dal tempo e dall’autista) ed e’ in posizione centralissima rispetto al resto del Myanmar, persa nel bel mezzo del nulla piu’ assoluto. La citta’ conta meno di 100.000 abitanti (Yangon poco meno di 5 milioni) su una superficie estremamente estesa, pensate solo 22 abitanti/km2 rispetto ai circa 11000 di Yangon. Quando arrivo faccio fatica a capire di essere arrivata in una citta’, cosi’ come sono abituata a pensare, vedo solo strade dritte, enormi, sembrano piu’ piste d’atterraggio, completamente deserte! Arrivo a NPT in aereo. Dall’aereoporto al lussuoso hotel dove si terra’ il workshop (ahh dimenticavo ci sono solo Hotel di lusso a NPT) il taxista si perde piu’ volte, confuso dalla miriade di strade tutte identiche e senza indicazioni (ovviamente). Non e’ di NPT, e’ arrivato da Yangon col suo taxi quella stessa mattina per accompagnare un gruppo di commercianti di gemme cinesi. Ci metto 50 minuti ad arrivare all’hotel eppure le strade sono dritte e deserte, insomma si va veloce. Per strada scorgo solo poveri giardinieri intenti a tenere in perfetto ordine questa citta’ di plastica. Ad ogni incrocio rotonde enormi, spropositate, con al centro bellissimi fiori e fontane ma nessuno intorno a parte pochi disgraziati costretti a tagliare l’erba sotto un sole cocente e in maniera certosina, non riesco bene a vedere ma in mano hanno qualcosa non piu’ grande di una forbice.

L’11 Novembre 2005, 11 Ministeri, 11 battaglioni, 1100 camion militari si dirigono verso quella che solo 5 giorni prima era stata designata come nuova capitale dietro consiglio degli astrologi. Da un giorno all’altro migliaia di funzionari pubblici sono costretti a trasferisti nel mezzo del nulla. Perche? La giunta militare giustifica il trasferimento dicendo che NPT e’ piu’ centrale rispetto a Yangon ma quest’argomento non convince molto. Le possibili ragioni di questo trasferimento sembrano essere diverse: 1) strategia militare: Yangon, situata sul delta dell’Irrawaddy e’ facilmente attacabile via mare e aria. Si dice che la giunta temendo quanto successo in Irak abbia preferito spostare la capitale in un posto nel bel mezzo del nulla e circondato da montagne. 2) sorvegliare le minoranze: vicino geograficamente alle minoranze Chin, Shan e Karen potrebbe piu’ facilmente sorvergliarle in caso di ribellioni. 3) sicurezza: da un punto di vista prettamente urbanistico e considerato il numero ridotto di abitanti ogni manifestazione o ribellione a NPT sarebbe facilmente “domabile”.

La citta’ e’ divisa in zone, c’e’ la zona degli alberghi, una lunga, emorme e desolata arteria dove sfilano uno dietro l’altro hotel lussuosi e tutti appartenenti a personalita’ vicine al governo. La zona degli Hotel e’ anche la piu’ vicina all’aereoporto ma impiego comunque quasi un’ora ad arrivarci. Il pomeriggio affitto un taxi per un paio d’ore. Voglio vedere il resto di quella follia. La strada di fronte all’immenso parlamento ha 6 corsie per senso di marcia, infinita e ancora una volta vuota! Facciamo un giro per la zona dei ministeri, la zona degli uffici pubblici, la zone residenziale per i funzionari con tetti rosa e azzurro, la zona del mercato dove finalmente vedo gente qualcosa che assomiglia ad una citta’. Al momento faccio veramente fatica a considerare NPT una citta’. Hanno voluto creare una capitale lontana dagli occhi di tutti, lontana da quella comunita’ internazionale che tanto facilmente chiude un occhio (a volta anche tutti e due)..

La sera riparto per Yangon contenta di lasciare NPT anche di essere riuscita a vederla. In un Paese dove muoversi (non per turismo) significa avere autorizzazioni su autorizzazioni, dove la capitale e’ off limit per turisti e giornalisti mi sento soddisfatta di essere riuscita a visitarla un po’ ed ecco qualche foto…

 


La meravigliosa Shwedagon Pagoda

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E’ Kyi Pyar a portarmi a visitare la Shwedagon Pagoda qualche giorno dopo il mio arrivo a Yangon. Shwe significa Oro e Dagon era il vecchio nome di Yangon che a sua volta significava: citta’ libera da pericoli.

Di notte la cima illuminata dello stupa e’ ben visibile da qualsiasi punto della citta’. Entriamo dalla porta est, quella piu’ utilizzata dai fedeli perche’ l’unica vicino alla fermata del bus. Alla fine della via, affollata di mercatini, 2 grossi leoni e una lunghissima scalinata fino al tempio.  Non e’ la prima volta che visito un tempio buddhista ma questo ha qualcosa di stranamente attraente e assolutamente inatteso. Sbucando sul piano di marmo mi trovo di fronte decine, centanaia di fedeli intenti a seguere un’ordinata e silenziosa “processione” intorno alla pagoda. Centinaia di donne, monaci, giovani monache, fedeli prostrati davanti alle statue del Buddha. Li vedo portare fiori, accendere incensi, versare acqua ai vari altari, appendere lamine dorate alle statue del Buddha per poi runarsi tutti in una parte della Pagoda che rappresenta il suolo sacro, il sito piu’ antico, quello dove si e’ cominciato a costruire questa Pagoda circa 2500 anni fa. Donne, uomini, bambini assorti in preghiera o meditazione. Ripenso a quante volte viaggiando in luoghi sacri si incontravano pochi veri fedeli e tanti  nugoli di venditori o “guide” alla ricerca di facili occasioni di guadagno.  Quello che ho davanti e’ completamente diverso e da solo varrebbe un viaggio in Myanmar.

La tradizione vuole che la Pagoda nasca su la Singuttara Hill gia’ famora ancora prima dell’arrivo di Siddharta Gautama perche’ conteneva le reliquie dei 3 Buddha precendenti. Il re Okkalappa era solito raccogliervisi in preghiera ma era molto preoccupato perche’ 5000 anni erano quasi passati dal tempo dell’ultimo Buddha e la collina rischiava di perdere la sua sacralita’. Nello stesso tempo nel nord indiano Siddartha Gautama stava per diventare l’Illuminato. Ormai al 49 giorno di meditazione Gautama incontra 2 fratelli dal Myanmar, Thapussa e Bhallika, che gli offrono del miele e che subito lo riconoscono come l’Illuminato. Per esprimere la propria gratitudine Gautama si strappo’ 8 capelli dalla testa, che attraversando una serie di varie vicissitudini si dice siano ancora conservati all’interno della stupa della Shwedagon Pagoda considerato quindi il luogo piu’ sacro di tutto il Myanmar e decorato con centinaia di diamanti, rubini, giade e zaffiri.

Molte e bellissime sono le leggende sorte intorno alla Pagoda e ai suoi tesori e non mi stanco di chiedere e ascoltare. Tra i tantissimi templi che compongono la Pagoda Kyi Pyar mi invita a pregare di fronte un piccolo altare con un statua d’elefante. Intorno al grande stupa centrale sorgono infatti 8 altarini raffiguranti 8 animali diversi, ogni animale rappresenta un simbolo per gli 8 giorni della settimana birmana. Hanno infatti un giorno in piu’, collocato tra il mercoledi’ sera e il giovedi’ mattina. Io sono nata di mercoledi’ mattina e il mio animale simbolo e’ l’elefante, che rappresenta la calma e la tranquillita’. I birmani credono che chiunque nasca presenta determinate caratteristiche associate al relativo simbolo e ognuno vi si rivolge offrendo fiori e versando acqua sulla statua. Sempre in relazione al giorno di nascita vengono scelti i nomi dei nascituri. Ad ogni giorno della settimana corrispondono un gruppo di lettere tra le quali scegliere come iniziali del nome. Settimana scorsa mi hanno “battezzata” Shwe Yamin (Angelo D’Oro) visto che il suono Sh rientra tra le lettere del mercoledi’ e gli e’ sembrato un bel nome da darmi.

Non sono certo un Angelo e calma e tranquillita’ non si addicono al mio caratteraccio ma trovo tutto estremamente ricco e affascinate.


Dicerie birmane

Non sono passate nemmeno due settimane dal mio arrivo a Yangon ma una cosa mi è già chiara: il flusso di informazioni in questo Paese passa attraverso una serie di più o meno attendibili rumours (dicerie appunto).  Il controllo dei mezzi di informazione è tipico di tutti i regimi dittatoriali e la Birmania non fa certo eccezione. Qualsiasi tipo di cambiamento o modifica dell’andamento conosciuto dello stato di cose non viene chiaramente annunciato e condiviso con la popolazione con la conseguenza che spesso ci si trova davanti a novità e nel continuo, e a volte estenuante, tentativo di carcare ragioni, cause e soluzioni.

All’inizio di questa settimana, un articolo pubblicato dal Myanmar Times annunciava il blocco di tutti i sistemi VoIP (voice-over-internet-protocol) imposto dal Myanmar Post and Telecommunications (MPT) e che sarebbe avvenuto già a partire dal 2 Marzo.  Il 10 Marzo il Public Access Center, gestito dal governo birmano, passava l’ordine di blocco dei sistemi VoIP a tutti gli internet café. La ragione di tutto questo sembrebbe risiedere nel costo contenuto, se non addirittura gratuito, di questi mezzi di comunicazione ma che rappresentano una perdita in termini di entrate per l’MTP. Quest’ultimo detiene il monopolio per quanto riguarda le chiamate internazionali ed ha costi decisamente proibitivi per la popolazione locale, si parla di circa 2 dollari al minuto, ma anche a questo riguardo questo le informazioni non sono precise. Nell’ordinanza dell’MPT si afferma che gli internet café di recente si sono spinti a pubblicizzare in negozi e giornali l’esistenza di carte telefoniche VoIP prepagate, una mossa che rischia di far diminuire le entrate del regime. Il risultato è che GTalk, PFingo, Skype, etc potrebbero essere non più disponibili negli internet point costringendo tutti i coloro che hanno familiari e amici all’estero ad usare solamente e-mail. Tra l’altro l’unico account che sembra funzionare in maniera piuttosto regolare è Gmail.

Un Paese imbavagliato, dove quei pochi che hanno un’antenna parabolica o un accesso ad internet possono apprendere notizie sul loro Paese e condividerle a bassa voce e guardinghi nel tranbusto di qualche tea bar. Il risultato sono una serie infinita di rumours, che di bocca in bocca diventano sempre più sconnessi e imprecisi. L’accesso a internet, la libera circolazione delle informazioni, l’espressione di opinioni libere scevre da muri o censure sono cose che il regime birmano non tollera e che democrature, come sta seriamente rischiando di diventare la nostra, rischiano di perdere.

Non solo Digital Divide quindi, scarso accesso ad internet, fonte di saperi e conoscenza del nostro quotidiano ma anche e soprattutto Divario di Informazioni, tra chi può accedere alle informazioni e chi non può, tra chi ha certezze e chi rimane in balia di traballanti dicerie. Qui si traballa.

P.S. Pare che i motivi per traballare non manchino in questi giorni. La scossa del 24 Marzo ho avuto il piacere di avvertirla dal nono piano del mio appartamento/ufficio di Yangon, è stata veramente lieve quì ma immagino che voi abbiate poputo leggere molto più di me al riguardo.