Archivio delle Categorie: Storie dall’altro mondo

Il regno dell’assurdo

Forse ci voleva un viaggio nel regno dell’assurdo per spingermi di nuovo a scrivere qualcosa sul mio quasi dimenticato blog. La patetica, ma ahime’ vera, scusa e’ che non ho molto tempo per scrivere…tra lavoro, lezioni di birmano e uscite varie non mi resta molto tempo.

Il mio lavoro in Myanmar con Triangle GH consiste, detta molto semplicemente, nel gestire un progetto, gentilmente finanziato dall’unione europea, in partneship con una ONG locale che lavora con bambini e adulti diversamente abili. Settimana scorsa, in occasione di un workshop organizzato dal Ministrero dei Servizi Sociali su come migliorare la politica e le leggi dell’attuale governo relative alla disabilita’ (che evito di commentare) , mi sono recata a Nay Pyi Taw (NPT – si pronuncia Ne-pi-do), la capitale reale del Myanmar.

NPT si trova a 320 km da Yangon (da 5 a 7 ore in bus – dipende dal tempo e dall’autista) ed e’ in posizione centralissima rispetto al resto del Myanmar, persa nel bel mezzo del nulla piu’ assoluto. La citta’ conta meno di 100.000 abitanti (Yangon poco meno di 5 milioni) su una superficie estremamente estesa, pensate solo 22 abitanti/km2 rispetto ai circa 11000 di Yangon. Quando arrivo faccio fatica a capire di essere arrivata in una citta’, cosi’ come sono abituata a pensare, vedo solo strade dritte, enormi, sembrano piu’ piste d’atterraggio, completamente deserte! Arrivo a NPT in aereo. Dall’aereoporto al lussuoso hotel dove si terra’ il workshop (ahh dimenticavo ci sono solo Hotel di lusso a NPT) il taxista si perde piu’ volte, confuso dalla miriade di strade tutte identiche e senza indicazioni (ovviamente). Non e’ di NPT, e’ arrivato da Yangon col suo taxi quella stessa mattina per accompagnare un gruppo di commercianti di gemme cinesi. Ci metto 50 minuti ad arrivare all’hotel eppure le strade sono dritte e deserte, insomma si va veloce. Per strada scorgo solo poveri giardinieri intenti a tenere in perfetto ordine questa citta’ di plastica. Ad ogni incrocio rotonde enormi, spropositate, con al centro bellissimi fiori e fontane ma nessuno intorno a parte pochi disgraziati costretti a tagliare l’erba sotto un sole cocente e in maniera certosina, non riesco bene a vedere ma in mano hanno qualcosa non piu’ grande di una forbice.

L’11 Novembre 2005, 11 Ministeri, 11 battaglioni, 1100 camion militari si dirigono verso quella che solo 5 giorni prima era stata designata come nuova capitale dietro consiglio degli astrologi. Da un giorno all’altro migliaia di funzionari pubblici sono costretti a trasferisti nel mezzo del nulla. Perche? La giunta militare giustifica il trasferimento dicendo che NPT e’ piu’ centrale rispetto a Yangon ma quest’argomento non convince molto. Le possibili ragioni di questo trasferimento sembrano essere diverse: 1) strategia militare: Yangon, situata sul delta dell’Irrawaddy e’ facilmente attacabile via mare e aria. Si dice che la giunta temendo quanto successo in Irak abbia preferito spostare la capitale in un posto nel bel mezzo del nulla e circondato da montagne. 2) sorvegliare le minoranze: vicino geograficamente alle minoranze Chin, Shan e Karen potrebbe piu’ facilmente sorvergliarle in caso di ribellioni. 3) sicurezza: da un punto di vista prettamente urbanistico e considerato il numero ridotto di abitanti ogni manifestazione o ribellione a NPT sarebbe facilmente “domabile”.

La citta’ e’ divisa in zone, c’e’ la zona degli alberghi, una lunga, emorme e desolata arteria dove sfilano uno dietro l’altro hotel lussuosi e tutti appartenenti a personalita’ vicine al governo. La zona degli Hotel e’ anche la piu’ vicina all’aereoporto ma impiego comunque quasi un’ora ad arrivarci. Il pomeriggio affitto un taxi per un paio d’ore. Voglio vedere il resto di quella follia. La strada di fronte all’immenso parlamento ha 6 corsie per senso di marcia, infinita e ancora una volta vuota! Facciamo un giro per la zona dei ministeri, la zona degli uffici pubblici, la zone residenziale per i funzionari con tetti rosa e azzurro, la zona del mercato dove finalmente vedo gente qualcosa che assomiglia ad una citta’. Al momento faccio veramente fatica a considerare NPT una citta’. Hanno voluto creare una capitale lontana dagli occhi di tutti, lontana da quella comunita’ internazionale che tanto facilmente chiude un occhio (a volta anche tutti e due)..

La sera riparto per Yangon contenta di lasciare NPT anche di essere riuscita a vederla. In un Paese dove muoversi (non per turismo) significa avere autorizzazioni su autorizzazioni, dove la capitale e’ off limit per turisti e giornalisti mi sento soddisfatta di essere riuscita a visitarla un po’ ed ecco qualche foto…

 


La meravigliosa Shwedagon Pagoda

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E’ Kyi Pyar a portarmi a visitare la Shwedagon Pagoda qualche giorno dopo il mio arrivo a Yangon. Shwe significa Oro e Dagon era il vecchio nome di Yangon che a sua volta significava: citta’ libera da pericoli.

Di notte la cima illuminata dello stupa e’ ben visibile da qualsiasi punto della citta’. Entriamo dalla porta est, quella piu’ utilizzata dai fedeli perche’ l’unica vicino alla fermata del bus. Alla fine della via, affollata di mercatini, 2 grossi leoni e una lunghissima scalinata fino al tempio.  Non e’ la prima volta che visito un tempio buddhista ma questo ha qualcosa di stranamente attraente e assolutamente inatteso. Sbucando sul piano di marmo mi trovo di fronte decine, centanaia di fedeli intenti a seguere un’ordinata e silenziosa “processione” intorno alla pagoda. Centinaia di donne, monaci, giovani monache, fedeli prostrati davanti alle statue del Buddha. Li vedo portare fiori, accendere incensi, versare acqua ai vari altari, appendere lamine dorate alle statue del Buddha per poi runarsi tutti in una parte della Pagoda che rappresenta il suolo sacro, il sito piu’ antico, quello dove si e’ cominciato a costruire questa Pagoda circa 2500 anni fa. Donne, uomini, bambini assorti in preghiera o meditazione. Ripenso a quante volte viaggiando in luoghi sacri si incontravano pochi veri fedeli e tanti  nugoli di venditori o “guide” alla ricerca di facili occasioni di guadagno.  Quello che ho davanti e’ completamente diverso e da solo varrebbe un viaggio in Myanmar.

La tradizione vuole che la Pagoda nasca su la Singuttara Hill gia’ famora ancora prima dell’arrivo di Siddharta Gautama perche’ conteneva le reliquie dei 3 Buddha precendenti. Il re Okkalappa era solito raccogliervisi in preghiera ma era molto preoccupato perche’ 5000 anni erano quasi passati dal tempo dell’ultimo Buddha e la collina rischiava di perdere la sua sacralita’. Nello stesso tempo nel nord indiano Siddartha Gautama stava per diventare l’Illuminato. Ormai al 49 giorno di meditazione Gautama incontra 2 fratelli dal Myanmar, Thapussa e Bhallika, che gli offrono del miele e che subito lo riconoscono come l’Illuminato. Per esprimere la propria gratitudine Gautama si strappo’ 8 capelli dalla testa, che attraversando una serie di varie vicissitudini si dice siano ancora conservati all’interno della stupa della Shwedagon Pagoda considerato quindi il luogo piu’ sacro di tutto il Myanmar e decorato con centinaia di diamanti, rubini, giade e zaffiri.

Molte e bellissime sono le leggende sorte intorno alla Pagoda e ai suoi tesori e non mi stanco di chiedere e ascoltare. Tra i tantissimi templi che compongono la Pagoda Kyi Pyar mi invita a pregare di fronte un piccolo altare con un statua d’elefante. Intorno al grande stupa centrale sorgono infatti 8 altarini raffiguranti 8 animali diversi, ogni animale rappresenta un simbolo per gli 8 giorni della settimana birmana. Hanno infatti un giorno in piu’, collocato tra il mercoledi’ sera e il giovedi’ mattina. Io sono nata di mercoledi’ mattina e il mio animale simbolo e’ l’elefante, che rappresenta la calma e la tranquillita’. I birmani credono che chiunque nasca presenta determinate caratteristiche associate al relativo simbolo e ognuno vi si rivolge offrendo fiori e versando acqua sulla statua. Sempre in relazione al giorno di nascita vengono scelti i nomi dei nascituri. Ad ogni giorno della settimana corrispondono un gruppo di lettere tra le quali scegliere come iniziali del nome. Settimana scorsa mi hanno “battezzata” Shwe Yamin (Angelo D’Oro) visto che il suono Sh rientra tra le lettere del mercoledi’ e gli e’ sembrato un bel nome da darmi.

Non sono certo un Angelo e calma e tranquillita’ non si addicono al mio caratteraccio ma trovo tutto estremamente ricco e affascinate.


Kolkatan awakening

Il sole sorge in fretta ai tropici. Erano le 5 del mattino e la stanza era piena di luce. Entra con tale prepotenza, quasi sgomitando dalle finestre senza tende e non mi lascia più dormire. Sento i miei sensi riaversi lentamente dal torpore notturno, sento i passi di una vita che scorre veloce, instancabile, senza sosta e che mi tengono sveglia controvoglia. Cani che abbaiano, uomini che mercanteggiano, clascon che ringhiano, giovani chiacchiere. Improvviso arriva un frastuono di odori, odori di corpi sudati, di carne andata a male, di latrine aspre, di fiori freschi e frutta rovente già alle prime luci dell’alba. In breve, un insieme di tutto quello che è insieme piacevole e irritante, che attrae e repelle, che seduce e disgusta di questa città.

Scendo per strada, voglio tornare a casa, decido di prendere un taxi. Dopo pochi km il tassista mi dice che è tutto bloccato. Un bandh (sciopero). Gli autorickshawallas blaccano tutta l’area di Jadavpur per la mancanza di GPL alle stazioni di servizio. E’ allora che faccio l’ordinaria scoperta, ogni volta è sempre la più importante - la gente. A poco a poco tutti abbandonano taxi, autorickshaw, bus e si avviano a piedi chissà dove. E’ fantastico accorgersi come questo flusso riesca ad essere un tutt’uno col paesaggio, con quella luce, quegli odori. E’ sorprendente guardare al legame tra la gente e il territorio che abita, da quanto fermamente ogni popolazione sia radicata ai proprio luoghi, quanto sia capace di plasmarli, e quanto questi, in cambio, riescano a modellare le fisionomie di chi li abita. Era una folla ordinata, non c’era rabbia né rassegnazione per il non previsto sciopero. Ancora più sorprendente è stato l’essere consapevole del mio essere “bianca”, che fatica a tollerare scioperi improvvisi, pallida, debole, sconfitta dal caldo e dall’umidità, assetata e stanca, leggera nota stonata in quell’insieme perfetto, sincrono, armonioso.

Era quasi mezzogiorno, quando, ormai a casa, mi metto davanti al computer a leggere le poche mail ricevute. Oggi sembrava che le brutte sorprese mi rincorressero. Apro la mail di Angela…l’aspettavo. I miei occhi saltano sulle parole non leggo tutto. La piccola Phrew se n’è andata. Torno più volte su quelle poche righe…come se non capissi. Durante l’ultimo viaggio in Thailandia ero stata, insieme ad Angela, a trovarla in ospedale. I forti, continui e non curati attacchi epilettici l’avevano indebolita fina a ridurla ad un dolcissima bambola di pezza, un sondino nasogastrico le permetteva di alimentarsi, le sue mani non aveva mai tenuto un giocattolo, le sue gambe non avevano mai retto il peso del suo corpo ma se aveste visto i suoi occhi e il suo sorriso…riusciva chiaramente a riconoscere Angela, lei che le aveva dato un’alternativa al nero carbone del Pharam 6 (uno dei 2000 slum di Bangkok).

Da buona agnostica non credo certo nei miracoli ma quel giorno, lì al Sirikit Hospital di Bangkok, ho assistito a qualcosa che goffamente definirei non ordinario, forse non completamente esatto, ma sembrava quasi innaturale. Il sorriso vero, sincero, felice di una bambina che è visibilmente soffriva e la forza, la dedizione, la tenacia, anche testardaggine a volte, di colei a tutti i costi ha tentato di darle un’ esistenza dignitosa. Adesso andrò a letto, è ancora chiaro il ricordo del dolce sorriso di Phrew. Domattina un altro risveglio a Calcutta. Spero di ritrovare gli stessi odori, gli stessi suoni, la stessa gente per strada, gli stessi bambini, consapevole che a volte cose che si considerano innaturali, difficili, irraggiungibili…accadono.


Cast out Caste

Una questione tanto antica quanto controversa. Nonostante formalmente abolito il sistema di caste è ancora molto forte e dibattuto. Quasi un mese fa il Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento Indiano, approvava l’introduzione del sistema di caste hinduiste nel decennale censimento che dovrebbe chiudersi entro marzo del 2011. Questa opera faraonica, coinvolgerà tutti i 35 tra stati e territori federali, con questionari tradotti in 18 diverse lingue per tentare di dare una mappatura della popolazione indiana, raccogliendo informazioni riguardanti, famiglia, salute, educazione, religione, accesso alle tecnologie, ect, su quasi un miliardo e 200 milioni di indiani. 

Il concetto di casta comicia ad evolversi intorno 800-55o AC quando gli Arii (Indoeuropei) penetrarono nel subcontinente. L’istituzione del sistema di caste venne introdotta lentamente e per regolare la vita sociale, religiosa ed economica degli hindu. 4 sono le caste principali: Brahmini (Sacerdoti), kshatrya (guerrieri), vaishya (mercanti e artigiani) e shudra (servi), cui si aggiungevano i “fuori casta”, genericamente indicati come paria, intoccabili o dalit, esclusi dal sistema di casta per via del lavoro considerato impuro o per aver perso il diritto, violandolo, dell’appartenenza di casta. Ma migliaia sono le diverse sottocaste che si sono originate nei secoli passati e rappresentanti spesso un determinato cluster di lavoratori. Le caste, oltre ad essere migliaia, non hanno confini ben definiti per questo tentare di enumerarle potrebbe rivelarsi una follia. Esse impongono norme severe, come il divieto di venir a contatto con persone di caste inferiori attraverso rapporti sessuali e la spartizione del cibo e l’endogamia, ancora adesso il 90% dei matrimoni è ufficiato tra persone che appartengono alla stessa casta, nonostante il governo conceda incenti ai matrimoni inter-casta.

Era dal 1931 che non si faceva più riferimento alle caste nei censimenti. La questione è stata molto dibattuta. Da mesi i politici indiani di tutti gli schieramenti discutono e si schierano pro o contro questo Caste Based Census. Come sostenuto da alcuni politici, tra cui il ministro della Giustizia Veerappa Moily, quella dell’appartenenza di casta è una realtà in India della quale non si può non tener conto. Questo censimento sarebbe un occasione per conoscere la “reale” condizione in cui vivono gli appartenenti alle caste più basse e gli OBC (Other Backward Categories) come le comunità, spesso marginalizzati, di Musulmani e gruppi tribali. Ma questo punto è piuttosto debole. Numerose sono state le persone che in passato hanno mentito sulla loro condizione di casta migliorandola, alla fine di guadagnare rispetto e prestigio sociale o peggiorandola, al fine di rientrare in quelle categorie definite come svantaggiate e ricevere sovvenzioni statali.

 E’ inevitabile che tornare all’introduzione delle caste sarebbe un passo indietro che potrebbe inasprire differenze, acuire lo stigma di cui soffrono le classe più basse e favorire scontri tra caste, come invece sostenuto da molti altri esponenti politici e intellettuali, tra cui il Ministro degli Interni Chadanbaram. La sfida dell’India è quella di creare un Paese forte, unito e omogeneo e non una sorta di frammentazione socio-politica che questo Caste Based Census potrebbe scatenare. Ogni censimento ha lo scopo di dare una fotografia del Paese, è uno strumento nelle mani di un Governo che può così adattare le proprie politiche in maniera differenziata in base ai bisogni e necessità presenti nel territorio e tra la popolazione. Ma non bisogna dimenticare che, all’interno di ogni democrazia che si rispetti, prima di essere individui si è cittadini e che i cittadini non hanno bisogno di sistemi di categorizzazione basate su differenze di casta, religione, lingua o chissà cos’altro ma piuttosto di aria pulita, acqua potabile, accesso al lavoro, il diritto ad avere un tetto sopra la testa, educazione,… In quanto cittadini bisogna aver chiari quali siano i fattori che tengono insieme un Paese, che la base della nostra esistenza è radicata in fattori comuni e non in differenze che frammentano e allontanano.


Wind of change?

Non passa settimana senza leggere di qualche nuovo attacco dei Maoisti in quell’area definita come “corridoio rosso” e che copre 13 dei 28 stati indiani. I naxaliti sono diffusi soprattutto nel nord-nordest del Paese: West Bengal, Bihar, Jarkhand, Madhya Pradesh, Orissa,Chattisghar..solo 2 giorni fa l’ennesimo attentato, più di 120 persone hanno perso la vita nel deragliamento del treno Espress che collega Calcutta a Mumbai.

Il movimento di ispirazione maoista  indiano e la relativa guerriglia hanno origini antiche. Dopo che Indira Gandhi mise al bando tutti i partiti rivoluzionari, i maoisti si riorganizzano, intorno agli anni ’80,  nella cittadina di Naxalbari, in West Bengal, da qui il nome Naxaliti. Da allora cominciano velocemente a guadarsi il supporto di contadini, Dalit (Intoccabili), Adivasi (abitanti delle foreste) complici povertà e privilegi duri a morire in una società basata sul sistema di caste. Nel 2004 compiono il salto di qualità fondando il CPM (Maoist). Il nuovo partito controlla vaste aree rurali in decine di distretti, ha migliaia guerriglieri organizzati e amati di tutto punto, gode dell’appoggio di altri gruppi maoisti sulla scena internazionale (Nepal, Bhutan, Bangladesh, Sri Lanka). La rabbia, il senso di abbandono da parte delle istituzioni, le condizioni di povertà, miseria e indifferenza nelle quali sono costretti a vivere hanno portato sempre più persone a sostenere quella che Mohamman Singh ha definita la più grande minaccia alla solidità della democrazia indiana.

Intanto il bilancio delle vittime dell’ultimo attentato a Jhargram, Midnapore, continua a salire. Un attentato realizzato proprio alla vigilia delle “calde” elezioni ammistrative che hanno coinvolto 81 minicipalità nel West Bengal. Si dice addirittura che l’attentato sia stato fatto proprio per tenere occupata Mamata Banerjee, presidente del Trinamool Congress nonchè Ministro delle Ferrovie, alla vigilia delle elezioni. In fondo queste non sono semplici amministrative, saranno un’anteprima delle elezioni del 2011, quando verrà eletto il nuovo governatore del West Bengal. Dopo 32 anni di governo il CPM (Marxist) potrebbe perdere consensi, come già successe nel 2008.

La giornata di domenica era stata definita “calda” e che dire…non c’è aggettivo migliore per definire un appuntamento elettorale in piena estate a Calcutta. Pattugliata da polizia ed esercito, mandato direttamente dal governo centrale, strade bloccate e deserte, negozi chiusi, Calcutta sembrava quasi sotto assedio. I seggi elettorali presidiati da militari con in braccio l’inseparabile mitra lasciavano entrare nelle scuole, adibite a seggi elettorali, solo chi possedeva una tessera elettorale. Lunghe code ai seggi, si votava infatti solo fino alle 3 del pomeriggio e circa 9 milioni di bengalesi sono stati chiamati alle urne. Nonostante l’apprensione, l’attesa di scontri e violenze la giornata è trascorsa molto tranquillamente. Facendo quello che forse andrebbe evitato in “calde” giornate elettorali, insieme ad un amico, decido di scendere in strada, osservare come procede. Incontriamo molta gente, sono tutti sorridenti e cordiali, eccitati alla vista della macchina fotografica, sorpresi nel sentirmi pronunciare qualche frase nel mio zoppicante bengali. Incrociamo polizziotti, soldati, candidati del Trinamool e Comunisti, donne e uomini che eseguono i riti di purificazione quotidiana, bambini che scorazzavano per strada, gente occupata a parlare e fare adda. Le strade deserte, silanziose hanno permesso di scoprire il volto umano di una città spesso definita invece come disumana. Gentilezza, cordialità, accoglienza, genuinità, ecco cose regalano le strade di Calcutta.

Dalle prime previsioni il Trinamool Congress sembra avviarsi alla guida del KMC (Kolkata Municipality Corporation). I maggiori canali di news bengalesi Star Ananda e 24 Ghanta  danno vincente il Trinamool Congress con più di 70 seggi seguito da CPM, Congress Party e BJP. Questo segnerebbe un cambio radicale e una svolta storica dopo anni di governi comunisti. Un abile gioco di equilibri è necessario a garantire lo stato di salute di una democrazia. Forse è arrivato il momento di cambiare e forse Calcutta e il West Bengal vogliono regalarsi un’altra possibilità..


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