Archivio delle Categorie: IT-tualità

La generazione degli incul-cati

Esattamente 4 anni fa mi laureavo.

Ricordo di essere arrivata a quel giorno sull’orlo di una crisi di panico, ricordo le lacrime di mio padre, l’abbraccio di mia madre, i calci in culo a suon di “Dottore, Dottore…” dei miei cari amici, le risate di mia sorella nel vedere come mi avevano conciata.

Il Papiro

Quelli universitari sono stati gli anni migliori della mia vita, studiavo quello che mi piaceva, non sempre in realtà ma spesso capitava, ero innamorata, ho conosciuto molti tra i miei migliori amici di oggi, insieme abbiamo organizzato le feste più memorabili della nostra vita, abbiamo chiacchierato per ore davanti litri di spritz, abbiamo manifestato contro la guerra in Afghanistan, abbiamo preparato esami in aule studio assordanti, abbiamo condiviso appartamenti con la gente più strana..e quanti sono stati! Abbiamo riso e ridiamo ogni volta che insieme ripensiamo a quegli anni.

Erano anni importanti, tutti avevamo in mente quello che saremmo voluti diventare “da grandi” o ci stavamo lavorando e ci impegnavamo a dare il meglio. Io mi incazzavo quando gli esami non erano quello che mi sarei aspettata, in termini di serietà e rigore, mi incazzavo quando erano talmente facili da dar l’idea di non valer la pena di essere studiati, mi incazzavo quando qualcuno usciva dall’aula dicendo “Oggi ho fatto una fatica a copiare!!” e poi prendeva un voto più alto del mio..un classico penserete. Insomma l’università non era solo un rifugio per menti intellettualmente stimolanti che mi ero  immaginata da piccola..c’era un pò di tutto ma si stava bene, poi fuori da lì solo quelli in gamba ce l’avrebbero fatta, non i furbetti (devo ammettere che c’ho messo un pò di tempo a capire come funziona il mondo).

Durante una lezione ci invitarono a leggere ”L’uomo Flessibile” di Richard Sennett, abbiamo visto anche il film e già cominciavamo a pavantare quello che saremmo diventati. Più che flessibili semplicemente precari. Non ho bisogno di leggere dati Istat per capire quanto preoccupante sia il tema della disoccupazione, della precarità e, perchè no, anche dell’insoddisfazione lavorativa. Lo sperimento sulla mia pelle ogni volta che mi viene risposto che il mio curriculum, sebbene interessante, si è smarrito tra le centinaia di CV pervenuti e bla bla bla, poi smetto di leggere, mi basta fare qualche telefonata alle decine di amici e conoscenti per avere un numero qualitativamente interessante di informazioni sul tema, ma mi basta anche solo scendere in strada e origliare le rustiche lagnanze di chi un lavoro non lo ha ma che ormai nemmeno più lo cerca. Le storie diventano beffa, tragedia, vacuum quando si guarda a piccoli centri come il mio, dove le uniche fonti di reddito vengono dalla pubblica amministrazione e dove il futuro, con le assunzioni bloccate, non sivuole nemmeno immaginare. La disoccupazione qui è endemica e anche la certezza che un lavoro non si troverà rischia di diventarlo.

La disperazione genera impotenza e l’impotenza è inattività, stasi. Non so se questo sia funzionale a qualche becera logica di governo, se così fosse pare ci stiano riuscendo, la gente non rivendica più i propri diritti e il lavoro è tra quelli basilari. Non lo rivendicano, non lo cercano, è stasi. Io un lavoro l’ho trovato ma resto incazzata e fortunatamente conosco solo gente (molta) incazzata, si è arrivati quasi al parossismo, e l’incazzatura è attività, è rabbia, è forza, è rivoluzione!! Abbiamo ancora qualche speranza di cambiare le cose…


Figli di un Dio minore

In questi ultimi giorni si parla tanto di reati, di impunità, di moralità, di giustizia sotto accusa, di accuse ingiuste e di accuse giuste. Si parla di pene più severe, si agogna il carcere per alcuni, si loda un ex-governatore per essersi reso alla giustizia senza urla, senza video messaggi, vogliamo ricordare l’accusa?era solo favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.

Eppure le carceri sono piene, zeppe, sovraffollate.

Oggi Angelino Alfano ha presenziato all’inaugurazione del nuovo carcere di Trento, capienza 65 detenuti, ma visto che in questo Paese siamo pieni di delinquenti ne ospiterà 150. Finalmente Angelino è sceso dal suo aureo Olimpo ed ha messo piede in un carcere (seppur vuoto al momento dell’inaugurazione). Senza che lui dica una parola ogni anno nel nostro Paese muoiono circa 150 detenuti, un terzo per suicidio, un terzo per “cause naturali” e la restante parte per “cause da accertare”. Eppure i nostri Ministrelli continuano a pensare al legittimo impedimento, al processo breve, alle separazioni delle carriere addirittura blaterano una manifestazione contro i magistrati.

Fin dalla prima volta in cui misi piede in un carcere ebbi la sensazione che si trattasse di un’istituzione anacronistica, riservata solo ad alcuni, che non appartiene al grado di “civiltà” che diciamo di aver raggiunto e pensavo che un giorno, in un futuro lontano, qualcuno ne parlerà come metodo antiquato e persino barbaro. Mi chiedevo come sia stato possibile che nel corso dei secoli non si sia riuscito a pensare a delle soluzioni alternative, meno abbiette, meno sorde, meno alienanti. Con questo non voglio certo dire che bisogna lasciare i criminali impuniti ma che pochi sono gli esempi virtuosi che trasformano il carcere in vero “strumento di educazione”. Quello che avevo davanti gli occhi quando entravo nel carcere di Rovigo, con gli amici/colleghi dell’associazione Tangram di Padova, era degrado, squallore, lentezza nascosti dietro un grosso scudo di insolenza e arroganza tipico delle grandi istituzioni. Dentro vi erano celle affollate da immigrati, drogati, piccoli spacciatori, prostitute, ladri, assassini, il fondo marcio della corte dei miracoli. C’erano reiterate dichiarazioni di innocenza, spontanee dichirazioni di colpa, c’era la rabbia di chi non veniva ascoltato, le urla di chi cominciava a perdere la testa, le facce gonfiate dagli psicofarmaci, i bei visi d’ebano sfioriti, i lividi per aver detto troppo, per aver fatto gli spiritosi. Del carcere ricordo soprattutto svilimento e impotenza.

Federico Paniccia è morto recentemente, suicida, nel carcere di Sanremo. In un articolo dell’Unità del 3 gennaio 2011 si legge che aveva un grave ritardo mentale, epilettico, semiparalizzato, era dentro perchè aveva rubato 3 palloni di cuoio ma grazie alla Cirielli si era trasformato in un pericoloso delinquente perchè recidivo. Tutti ricordiamo Stefano Cucchi, Aldo Branzino, Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman,…Tutti figli di un Dio minore, di una famiglia debole, difesi da avvocati che non hanno accesso ai media, dimenticati da tutti, vittime innocenti dell’inciviltà giuridica di chi così male governa.


C’era una volta Italia

Dans un Pays normal..”, In a real democracy..”, “En un Pais normal..”, “In un Paese normale queste cose non accadono!”.

Vi sarà di certo capitato negli ultimi anni di leggere articoli di stampa italiana ed estera che cominciassero mettendo in dubbio la “normalità” del nostro Paese. A sentirli, l’Italia sarebbe un Paese non normale e quindi mi chiedo.. vivo forse in un Paese folle? Sembrerebbe di si e per capire meglio cosa stia succedendo ho pensato di raccontarvi una bella fiaba, la storia di un Bel Paese chiamato Italia che a causa di un omone..oh no non direi proprio un omone…a causa di un omino coi tacchi e un giardinetto in testa fece perdere alla bell’Italia il lume della ragione. Spero di essere chiara, semplice e concisa, in fondo è così che ci piace farcela raccontare!

Allora…la storia comincia così..

C’era una volta Italia,

un bel Paese con verdi colline, circondato da tanti mari, dove si mangiavano delle ghiottonerie sconosciute ai più, si mormora addirittura che fosse una repubblica fondata sul lavoro e democratica, insomma un Paese dove tutti sognavano di vivere o di passarci le vacanze almeno una volta nella vita.

I suoi cittadini non vivevano certo nell’opulenza ma c’era rispetto reciproco, dignità per la persona, c’erano valori forti come quelli della famiglia, dell’educazione, del lavoro, un Paese che si svegliava presto, che faticava e che, non senza difficoltà, riusciva a cavar fuori qualcosa da quelle fatiche quotidiane.

Poi un giorno le cose cambiarono. Repentinamente un uomo si impose alla massa. Non era un uomo come tutti gli altri, era un uomo molto ricco e potente che aveva amici potenti e mezzi ancora più potenti. Lo chiamavano Cavaliere e da lì, da quel giorno lontano di tanti anni fa, il Bel Paese si addormentò lentamente sotto il suo incantesimo. La bell’addormentata Italia punta da un grosso fuso nascosto sotto strati di fondotinta da quel momento si assopì profondamente e il corso della fiaba d’Italia cambiò terribilmente.

In poco tempo il Cavaliere diventa il centro della vita di Italia, lei se ne innamora, le sembra di vivere una bella fiaba (ed ecco la meta-fiaba). Tutti cominciano a chiamarlo Presidente, sono con lui, lo amano! Lui, un presidente operaio, un uomo energico e perfetto, un principe azzurro della politica, che tutti vorrebbero imitare ma che nello stesso tempo riesce ad essere un uomo che  viene da basso, è uno del popolo, uno che si è fatto da solo, un Robin Hood costretto a scendere in campo per risollevare le sorti della sua amata Italia (non chiedetemi perchè, le fiabe non spiagano mica tutto!). Italia, un po’ ingenua e forse anche un pò troppo sempliciotta, abboccò alle reti del Cavaliere, che col suo savoir faire (insomma, è uno che con le donne ci sa fare!), vestito di lustrini e paillettes, le promette le luci della ribalta senza fatica, senza sudore, e la povera e un pò pirla Italia si cedette, svenevole, alle sue mani.

Come in ogni fiaba che si rispetti non possono mancare i cattivi: i comunisti mangiabambini, i giudici po-li-ti-ci-zza-ti (per scimmiottare il tono che userebbe la Santanchè, mi piace da morire quella vecchia pantera), una certa stampa mi-sti-fi-ca-to-ria, pentiti manipolati, etc,  etc. E poi ci sono gli amici: politici prezzolati e corrotti, giornalisti compiacenti e dalla lingua ormai felpata, avvocati supereoi che si inventano superscudi, superprotezioni, superballe (ops!), cantautori partenopei nostalgici,  soubrettes dalle cosce lunghe e i seni rifatti, giovani, troppo giovani, allodole peripatetiche. I primi, i cattivi, cercano di ostacolarlo in tutti i modi, gli chiedono continuamente di presentarsi ai processi, lo vogliono sfiduciare, lo spiano per settimane mentre i secondi, gli amichetti, lo difendono a spada tratta, con tutti i mezzi a loro disposizioni: la fuga, la negazione, le urla, le mani, i denti, i (fede)giornali.

Insomma per qualche tempo il Cavaliere fa vivere un bel sogno a Italia, ma il sogno era solo una facciata, in realtà, piano piano, le bellezze del Bel Paese crollavano, le sue forze venivano sprecate in una guerra inule e dispendiosa, i suoi profumi invasi da cumuli di sudicia monnezza, il suo popolo svilito e deriso dai popoli vicini (e diciamo..non ci piace essere presi per il culo!), la Bell’Italia si ritrovava sempre più impoverita, abbandonata e tradita. Allora prova a ribellarsi, in fondo quando si è ormai toccati il fondo non si può che risollevarsi. Ma il Cavaliere non vuole perderla, pensa ancora di incantarla con la fiaba dell’uomo invincibile, dell’uomo figo, che sconfigge la decadenza del vecchiaia, capace di circondarsi di belle donne, di dimenarsi in un bunga-bunga  scatenato, quale uomo sopra la settantina non vorrebbe essere come lui? Non siamo bigotti! Forse tutti…ma cazzo (permettetemelo, a questo punto della storia mi agito) siamo anche un pò realisti! Nessuno confonde sogno e realtà, l’oscenità con la decenza, libertinaggio con libertà, diritto alla vita privata col dovere della responsabilità pubblica! Insomma il Cavaliere così facendo da ancora speranza, è ancora una volta esempio e voce di quella scorza un pò cieca, cinica, e invecchiata del Bel Paese e allo stesso tempo disillude, disarma, disincanta il cuore giovane di Italia.

 Vorrei raccontarvi un lieto fine, vorrei rimboccarvi (virtualmente) le coperte e dirvi che arriverà presto il vero principe azzurro che salverà Italia e la desterà dal torpore. Un principe/eroe che la vestirà con il suo bel tricolore, che le preparerà una bella festa per il 150° compleanno, che la ripulirà, rafforzerà, abbellirà, insomma che le ridarà dignità. Solo allora la fiaba sarà conclusa con quella forma obbligatoria del “..e vissero tutti felici e contenti” che ogni fiaba si merita.

Attendiamo fiduciosi.


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